La regressione ha risposto a una domanda precisa: quanto pesa ciascun fattore sul ritardo di un progetto, a parità di tutte le altre condizioni. Ma ne resta una altrettanto concreta per chi deve gestire i fondi: è possibile prevedere prima del via quali progetti rischiano di incepparsi, così da monitorarli più da vicino?
Per rispondere abbiamo messo alla prova i dati con un Random Forest, un algoritmo che non si limita a “pesare” le singole variabili, ma cerca in autonomia migliaia di combinazioni e soglie critiche nascoste nei dati.
Spiegare contro indovinare: perché due modelli
Non è una gara a chi ha l’algoritmo migliore, ma una divisione dei compiti. I due modelli rispondono a domande diverse.
La regressione logistica serve a spiegare. Ci restituisce un numero esatto per ogni fattore: ci dice ad esempio che, a parità di tutto il resto, un progetto nel Mezzogiorno ha odds di essere a rischio circa 3 volte superiori rispetto a uno nel Centro-Nord.
Il Random Forest serve a prevedere. Costruisce centinaia di alberi decisionali su frammenti di dati diversi e li fa “votare” per decidere se un nuovo progetto finirà fuori strada. È molto valido nel catturare interazioni complesse (ad esempio: cosa succede se un progetto è enorme, al Sud, ma finanzia solo acquisti di beni?), ma è una “scatola nera” che non produce coefficienti semplici da leggere.
Perché il confronto sia leale, il Random Forest ha ricevuto in pasto le stesse identiche informazioni della regressione (territorio, tipo di intervento, tema, dimensione, quota di fondi europei e privati, numero di enti) ed è stato valutato solo su progetti che non aveva mai visto prima durante la fase di addestramento.
Il risultato: una previsione solida e onesta
Il primo modello addestrato ha raggiunto un’affidabilità predittiva (misurata tramite l’indice AUC, dove 0,5 è il caso e 1 è la previsione perfetta) apparentemente eccellente, pari a 0,81. Tuttavia, interrogando la black box del modello, abbiamo notato un’anomalia: la variabile QUOTA_UE aveva un peso sospettosamente alto sulle decisioni dell’algoritmo. Indagando su questo indizio, abbiamo capito il perché: l’algoritmo stava sfruttando l’esatto numero di cifre decimali di quella percentuale come una sorta di “codice a barre” per riconoscere il singolo piano di finanziamento, e di conseguenza lo specifico bando amministrativo. In pratica, il modello non stava valutando il rischio intrinseco del progetto, ma “barava” riconoscendo la scrivania di partenza.
Per verificare e correggere questo effetto, abbiamo “sfocato” i dati arrotondando le quote finanziarie, nascondendo l’impronta digitale del bando. A questo punto l’AUC si è assestata a 0,78:
| Dati a disposizione del modello | Affidabilità della previsione (AUC) |
|---|---|
| Quote esatte | 0,81 |
| Quote arrotondate | 0,78 |
| Regressione logistica | 0,67 |
L’affidabilità è fisiologicamente diminuita, confermando che l’effetto “bando” esisteva ed inquinava il dato, ma resta comunque un risultato estremamente buono e nettamente superiore a quello della regressione (0,67). Questo 0,78 è il valore reale, onesto e robusto della nostra capacità predittiva.
Per un policy maker o un gestore di fondi, questo significa che creare un modello predittivo al “giorno zero” è assolutamente possibile e utile, a patto di prestare un’estrema attenzione critica per disinnescare dinamiche algoritmiche nascoste come questa.
La precisione del modello
L’AUC dice che il modello sa ordinare i progetti dal più sicuro al più rischioso, ma chi deve decidere dove mandare gli ispettori non ordina: sceglie una soglia oltre la quale far scattare l’allarme. Da quel momento contano due numeri diversi. La precision risponde a «su 100 allarmi, quanti sono veri?»; la recall a «di tutti i progetti che si inceppano, quanti ne intercettiamo?». I due si muovono in direzioni opposte, e la soglia decide il cambio.
Il collaudo è su 62.028 progetti mai visti in addestramento, di cui 19.634 a rischio: il 31,7%, la stessa quota che troverebbe chi sorteggiasse le pratiche da controllare. Alla soglia standard di 0,5 il modello segnala 11.595 progetti, classifica correttamente il 71% e intercetta il 42% di quelli a rischio. L’accuratezza complessiva del 76% va invece guardata con sospetto: dichiarare «nessun progetto a rischio» ne farebbe già il 68%, perché due terzi dei progetti non sono a rischio. È il motivo per cui su un problema sbilanciato si ragiona per soglie e non per accuratezza.
| Soglia | Progetti segnalati | Precision | Recall |
|---|---|---|---|
| 0,50 (standard) | 11.595 (18,7%) | 71,0% | 41,9% |
| 0,60 | 6.433 (10,4%) | 81,2% | 26,6% |
| 0,65 | 4.246 (6,8%) | 86,6% | 18,7% |
| 0,70 | 3.214 (5,2%) | 90,6% | 14,8% |
| 0,75 | 2.314 (3,7%) | 94,1% | 11,1% |
| 0,80 | 1.827 (2,9%) | 96,1% | 8,9% |
La tabella si legge come un listino: si sceglie quanti controlli ci si può permettere e si ottiene in cambio una certa affidabilità. Se un ente ha risorse per verificare il 10% delle pratiche e sceglie il decimo più rischioso secondo il modello, quattro controlli su cinque vanno a segno (precision 81,6%) contro il sorteggio che ne azzecca uno su tre: l’ispezione diventa 2,6 volte più mirata, e in quel 10% si trova circa un quarto di tutti i progetti a rischio. All’estremo opposto, chi non può permettersi controlli a vuoto alza la soglia a 0,80: le segnalazioni scendono a 1.827, meno del 3% dell’archivio, e ne sbaglia una su venticinque.
Tre avvertenze, prima di leggere questi numeri. Sono misurati su un solo campione di test, quindi vanno intesi come ordine di grandezza e non al decimale. La soglia è un punteggio del modello, non una probabilità verificata: per dire «il modello è sicuro al 65%» servirebbe una verifica di calibrazione, che non abbiamo fatto. E soprattutto un allarme segnala un iter che si è scostato dal cronoprogramma alla nostra data di riferimento, il 31 dicembre 2025.
Dentro la scatola nera: l’impatto dei fattori
Per evitare di avere un modello che lancia allarmi senza dirci il perché, abbiamo “aperto” il Random Forest usando un metodo di explainable AI (chiamato SHAP) in grado di calcolare quanto ogni singola caratteristica ha spinto la previsione di un progetto verso una maggiore o minore probabilità di essere etichettato come “a rischio”.
Questo grafico offre la panoramica globale su cosa orienta l’algoritmo. Innanzitutto, le variabili sono ordinate dall’alto verso il basso per importanza globale: in cima c’è il territorio, seguito dalla quota di fondi europei, dalla natura dell’intervento e dal tema. Il modello conferma le stesse esatte priorità della regressione.
In secondo luogo, le scatole mostrano l’intensità (o magnitudo) dell’impatto. È importante fare una distinzione: mentre per le variabili binarie (come il Territorio) è possibile dedurre una direzione generale chiara, per le variabili multiclasse (come Tema e Natura) il grafico mette tutto insieme e ci dice semplicemente quanto è forte l’effetto di quella caratteristica sulle scelte del modello. Per scoprire la direzione specifica, ovvero se l’acquisto di beni o i lavori pubblici spingano la probabilità di rischio in alto o in basso, si rimanda ai grafici di dettaglio della sezione successiva.
L’identikit confermato: il dettaglio variabile per variabile
Se il grafico precedente ci dà la classifica dell’importanza, i focus qui sotto scendono nel dettaglio per mostrarci quali specifici valori spingono verso il ritardo o verso la sicurezza. La logica visiva è la medesima: la scatola colorata racchiude il cuore dei progetti (il 50% centrale della distribuzione), mentre la linea rossa fissa la soglia di rischio zero. A destra il fattore aumenta l’allarme, a sinistra lo riduce.
Il peso della geografia
Il territorio non ammette sfumature e mostra due distribuzioni nettamente separate. I progetti del Mezzogiorno (color oro) si collocano abbondantemente a destra, confermandosi il bacino di rischio principale. Quelli del Centro-Nord (in viola) si posizionano tutti a sinistra, nell’area di sicurezza. È la stessa spaccatura individuata dalla regressione: due modelli matematicamente opposti confermano l’esatta, identica tendenza.
Il vincolo dei fondi europei
Nel paragrafo precedente abbiamo visto come i decimali della quota europea rischiassero di fare da “codice a barre”. Ma se sintetizziamo i risultati raggruppando i progetti in base alla sola presenza o assenza di fondi UE, emerge una dinamica strutturale chiara: disporre di fondi europei (in verde) tende a spingere la distribuzione verso l’area di sicurezza, sotto lo zero. Come già rilevato dalla regressione logistica, le scadenze vincolanti e le rigide regole di disimpegno europee agiscono da forte disincentivo ai ritardi, a prescindere dall’importo esatto.
Cosa si fa con i soldi: la natura dell’intervento
È il segnale più inequivocabile. L’acquisto di beni è l’unica operazione che il modello considera sistematicamente sicura (tutta la distribuzione è sotto lo zero). All’estremo opposto, erogare contributi ad altri soggetti o realizzare lavori pubblici spinge verso l’alto l’allarme rischio. Ancora una volta, la “direzione” appresa dal Random Forest è perfettamente in linea con quanto ci diceva la regressione.
Di cosa si parla: il tema
Anche qui l’identikit regge. Spingono verso l’area di rischio i progetti legati alla competitività delle imprese, all’istruzione e all’occupazione. Agiscono invece da scudo l’ambiente, l’energia e le reti digitali. Rispetto alla regressione, qui notiamo un dettaglio in più: l’estensione orizzontale per ogni tema è molto ampia e attraversa quasi sempre lo zero. Significa che il tema, da solo, non è una condanna automatica, ma interagisce fortemente con il resto del progetto.
Quanto si spende: la dimensione
I progetti più piccoli (da 100 a 500 mila euro) sono l’unico gruppo prevalentemente al riparo. Salendo con i fondi, il rischio cresce fino a toccare il suo apice per i progetti medio-grandi (tra 1 e 10 milioni di euro), per poi ridiscendere leggermente sui mega-progetti. È l’esatta forma “a campana” che avevamo già osservato esplorando i dati base.
Conclusioni
Costruire un sistema di allerta predittivo è possibile e utile. Ripulendo i dati dalle illusioni statistiche e utilizzando unicamente informazioni note al momento della firma, è possibile ottenere una previsione robusta (0,78 AUC). Per un policy maker, questo significa avere in mano una bussola: non serve a scartare o definanziare i progetti, ma a definire su chi attivare un tutoraggio mirato e un monitoraggio stretto prima che gli iter si blocchino.
Il punto di forza: catturare le combinazioni complesse. A differenza della regressione, il Random Forest non valuta i fattori in modo isolato: riesce a cogliere da solo le interazioni a coppie o di gruppo (ad esempio come il rischio di un certo tipo di intervento cambi radicalmente a seconda del territorio in cui si localizza). I valori SHAP ci permettono di “aprire la scatola nera” e verificare che queste combinazioni abbiano un senso logico.
Due strumenti per due scopi diversi. Le due metodologie concordano sui fattori principali (Mezzogiorno, contributi a soggetti terzi, fasce dimensionali medio-grandi). La scelta tra i due dipende unicamente dall’obiettivo: se vogliamo anticipare il rischio intercettando chi si incepperà, lo strumento ideale è il Random Forest; se invece l’obiettivo pubblico è capire il peso netto di una singola caratteristica a parità del resto, il riferimento è l’Odds Ratio della regressione.